di John Fyrmell
Il sole sorgeva dietro le cime frastagliate delle Montagne di Luminara, proiettando raggi dorati attraverso le fessure della roccia calcarea che caratterizzava quella regione. Valle di Luminara giaceva addormentata nella conca naturale, le sue case costruite con il legno scuro degli abeti delle montagne e rivestite di ardesia grigia che brillava di umidità mattutina. L'aria portava il profumo acre della resina e quello dolce del pane che iniziava a cuocere nei forni di pietra.
Elena si destò al suono familiare delle campane del monastero che risuonava tra le pareti rocciose della valle. A ventidue anni, aveva già sviluppato quella sensibilità particolare che la distingueva dagli altri abitanti del villaggio: riusciva a percepire le sfumature nei suoni, nei profumi, nelle luci, come se il mondo le parlasse attraverso un linguaggio segreto che solo lei comprendeva. I suoi capelli corvini, striati prematuramente di argento - un tratto ereditario della sua famiglia materna - le incorniciavano un volto dall'espressione spesso assorta, come se fosse sempre in ascolto di qualcosa che gli altri non sentivano.
Non era sempre stata così. Da bambina, Elena aveva mostrato una vivacità quasi eccessiva, una curiosità che la spingeva a esplorare ogni angolo del villaggio, a fare domande che mettevano in imbarazzo gli adulti. Poi, a sedici anni, durante un violento temporale che aveva isolato la valle per tre giorni, qualcosa in lei era cambiato. Aveva iniziato a scrivere compulsivamente, come se le parole dovessero uscire da lei per forza, riempiendo pergamene di versi che parlavano di luoghi che non aveva mai visto, di storie che non aveva mai sentito raccontare.
Quella mattina si vestì con la consueta tunica di lino grezzo, tinta con il guado che cresceva sui pendii circostanti, e scese nella bottega di famiglia. Suo padre, Tomás, non era solo un mugnaio: era il custode non ufficiale della memoria del villaggio, collezionatore di libri, pergamene e storie che i viaggiatori lasciavano in cambio di farina o di un letto per la notte.
«Buongiorno, papà» disse Elena, notando come le mani dell'uomo tremassero leggermente mentre disponeva alcuni volumi sul bancone di quercia consumato.
«Elena, figlia...» Tomás alzò lo sguardo, e lei vide qualcosa di insolito nei suoi occhi scuri: una preoccupazione che andava oltre le solite ansie quotidiane. «Quella poesia che hai scritto ieri sera... da dove ti sono venute quelle parole su Althara?»
Elena esitò. Non aveva mai parlato a suo padre dei sogni ricorrenti che la tormentavano da mesi: visioni di una città di pietra bianca arroccata su una montagna, di corridoi che si snodavano nel buio, di una luce che pulsava come un cuore nel profondo della roccia.
«Non lo so» rispose sinceramente. «A volte è come se le parole si scrivessero da sole.»
Il padre la fissò a lungo, poi si diresse verso un vecchio armadio nell'angolo più buio della bottega. Con movimenti calcolati, spostò alcuni libri e premette un punto specifico della parete di legno. Un pannello scivolò di lato, rivelando una nicchia nascosta.
«È arrivato il momento che tu veda questo» disse, estraendo un cofanetto di legno intarsiato con fili d'argento che formavano spirali complesse. «Tua madre me l'ha affidato poco prima di morire. Mi ha fatto promettere di mostrartelo solo quando tu avessi iniziato a... sentire.»
Elena prese il cofanetto con mani tremule. Il legno era liscio sotto le dita, e i fili d'argento sembravano quasi vibrar al suo tocco. All'interno, avvolto in seta color ambra, c'era un manoscritto. La pergamena era di qualità superiore a tutto quello che aveva mai visto, e l'inchiostro, nonostante l'età evidente, manteneva una lucentezza quasi metallica.
Le prime righe la lasciarono senza fiato:
Qui giace il segreto di Althara la Luminosa, ultima città degli Architetti della Luce. Chi legge queste parole porti in sé il dono dell'Ascolto, poiché solo attraverso il cuore che sente si può giungere alla Lama dell'Alba Perpetua.
«Tua madre» susurrò Tomás «non era solo una tessitrice. Apparteneva a una stirpe antica, quella dei Custodi del Verbo. Quando arrivò qui, in fuga da qualcosa che non mi ha mai voluto raccontare, portava con sé questo manoscritto e il segreto della sua origine.»
Elena continuò a leggere, le parole che si imprimevano nella sua mente come se fossero sempre state lì, in attesa di essere risvegliate. Il testo descriveva Althara non come una semplice città perduta, ma come un luogo dove la realtà stessa poteva essere modellata attraverso la comprensione profonda delle connessioni tra tutte le cose viventi. La Lama dell'Alba Perpetua non era solo un'arma: era una chiave, uno strumento per ristabilire l'equilibrio quando le forze dell'oscuramento minacciavano di prevalere.
Il fragore di zoccoli sul selciato della piazza interruppe quella rivelazione intima. Elena alzò lo sguardo e vide un cavallo dal manto baio scuro, schiumante di sudore, che si fermava davanti alla loro bottega. Il cavaliere scivolò dalla sella più che scendere, una mano premuta contro il fianco sinistro da cui filtrava sangue attraverso le dita.
L'uomo aveva più o meno la sua età, ma il viso segnato da una fatica che andava oltre quella fisica. I suoi occhi, di un blu intenso che ricordava il ghiaccio all'ombra, si fissarono immediatamente sul manoscritto che Elena teneva ancora in mano.
«Per tutti gli dei antichi» mormorò con voce rauca. «Il Codice di Mira. Credevo fosse andato perduto.»
Elena si alzò di scatto, istintivamente stringendo la pergamena al petto. «Chi sei tu? Come fai a conoscere...»
«Mi chiamo Luca Valdris» disse l'uomo, appoggiandosi pesantemente al stipite della porta. «Sono un Ricercatore del Circolo di Vaelthara. Da tre anni inseguo le tracce di questo manoscritto.» Si interruppe, il respiro affannoso. «E non sono l'unico a cercarlo. I Flagellatori dell'Eclisse sono sulle mie tracce da settimane.»
Tomás impallidì al sentire quel nome. I Flagellatori dell'Eclisse non erano semplici mercenari o briganti: erano un ordine di fanatici che credevano nell'avvento di un'era di oscurità perpetua, e perseguivano sistematicamente tutto ciò che potesse opporsi al loro credo distorto.
Elena osservò la ferita di Luca con occhio clinico: non era stata causata da una lama comune, ma da qualcosa che aveva lasciato i bordi della carne anneriti, come se fosse stata bruciata oltre che tagliata.
«Lama benedetta dall'ombra» spiegò Luca, notando la sua espressione. «Provoca ferite che faticano a rimarginarsi. Ho avuto la fortuna di evitarla quasi completamente.»
Senza esitazione, Elena guidò Luca all'interno della bottega e lo fece sedere su una panca di legno. Dalle sue conoscenze di erboristeria - un'altra eredità materna - sapeva che certe ferite richiedevano trattamenti particolari.
«Papà, portami l'argentaviva e il miele del monte» disse, iniziando già a preparare una bacinella d'acqua tiepida. «E accendi l'incenso di ginepro.»
Mentre medicava la ferita, Elena studiò Luca più attentamente. Non era il classico avventuriero che occasionalmente passava per Valle di Luminara. I suoi vestiti, benché malridotti dal viaggio, erano di buona fattura, e portava al collo una catena d'argento con un pendente che riproduceva un simbolo che Elena riconobbe: lo stesso che appariva marginalmente in alcune pagine del manoscritto.
«Il Circolo di Vaelthara» disse mentre fasciava la ferita. «Non ne ho mai sentito parlare apertamente, ma mia madre menzionava quel nome nei suoi scritti personali.»
Gli occhi di Luca si illuminarono. «Tua madre era Mira Lunaris?»
Elena quasi lasciò cadere la benda. Quello era il nome inciso sulla prima pagina del manoscritto, quello che aveva sempre creduto fosse il nome dell'autore originale.
«Mira era il nome da nubile di tua madre» spiegò Tomás con voce rotta dall'emozione. «Non me ne ha mai parlato, ma ho sempre saputo che nascondeva un passato importante.»
Luca si appoggiò allo schienale della panca, il sollievo evidente sul volto ora che la ferita era stata trattata adeguatamente. «Mira Lunaris era una delle più grandi Custodi del Verbo della sua generazione. Ha sacrificato la sua posizione e la sua sicurezza per mettere al sicuro il Codice quando i Flagellatori hanno iniziato la loro caccia sistematica ai depositari dell'antica sapienza.»
Elena sentì il mondo vacillare intorno a sé. Tutto quello che credeva di sapere sulla sua famiglia, sulla sua origine, sulla sua stessa natura, stava crollando per ricostruirsi in una forma completamente nuova.
«Perché cerchi il Codice?» chiese, la voce più ferma di quanto si sentisse.
Luca la guardò con un'intensità che la fece sentire come se potesse vedere direttamente nella sua anima. «Perché sta accadendo qualcosa di terribile. Le barriere tra i mondi si stanno assottigliando, e i Flagellatori hanno trovato un modo per accelerare il processo. Se riuscissero a distruggere tutti i Codici e a eliminare i Custodi rimanenti, potrebbero aprire una breccia permanente verso il Dominio dell'Ombra Perenne.»
«E la Lama dell'Alba Perpetua potrebbe impedirlo?»
«Non solo impedirlo. Potrebbe ristabilire l'equilibrio originario e sigillare per sempre quella minaccia.» Luca si protese verso di lei. «Ma per raggiungere Althara e trovare la Lama, ho bisogno di qualcuno che possa leggere davvero il Codice, che possa interpretare le prove che ci aspettano. I Custodi del Verbo avevano capacità che vanno oltre la semplice comprensione delle parole scritte.»
Elena richiuse gli occhi, sentendo dentro di sé qualcosa che si stava risvegliando, come una corrente calda che scorreva lungo le vene. Le parole del manoscritto non le sembravano più semplicemente scritte sulla pergamena: le sentiva risuonare nella sua mente con una chiarezza cristallina, come se la voce di sua madre le stesse sussurrando direttamente nell'orecchio.
«I Flagellatori sanno che sei qui?» chiese Tomás, la preoccupazione evidente nella voce.
Luca scosse la testa. «Ho seguito un percorso molto indiretto, e ho avuto cura di non lasciare tracce evidenti. Ma non posso essere certo di averli seminati definitivamente.»
Come evocate dalle sue parole, delle ombre si allungarono oltre le finestre della bottega. Il suono di passi pesanti e metallici iniziò a risuonare sulla pietra della piazza, accompagnato da un sibilo sottile che faceva rabbrividire.
Elena si alzò di scatto, il manoscritto ancora stretto tra le mani. Attraverso la finestra, vide figure incappucciate che si muovevano con precisione militare tra le case del villaggio. Non stavano cercando a caso: si dirigevano direttamente verso la bottega.
«La cantina» sussurrò Tomás, indicando una botola nascosta sotto un tappeto logoro. «C'è un tunnel che porta alle grotte naturali dietro il monte. Vostra madre me lo fece scavare anni fa, per casi di emergenza.»
Luca si alzò con difficoltà, ancora dolorante per la ferita, ma determinato. «Elena, devi decidere ora. Se vieni con me, non potrai più tornare alla vita di prima. Se rimani...»
«Se rimango, loro troveranno comunque il Codice» completò Elena, una certezza fredda che si depositava nel suo petto. «E tutto quello per cui mia madre ha combattuto sarà stato inutile.»
Non era una scelta, in realtà. Era il compimento di qualcosa che era iniziato molto prima della sua nascita, una strada che sua madre aveva iniziato a tracciare e che ora spettava a lei percorrere.
«Vado con te» disse, sorprendendo se stessa per la fermezza della propria voce.
Mentre scendevano nella cantina e si dirigevano verso l'imbocco del tunnel, Elena sentì il peso del destino poggiare sulle sue spalle. Ma sentì anche qualcos'altro: una forza che cresceva dentro di lei, un'eredità che stava finalmente reclamando.
Il rumore dei Flagellatori si fece più vicino, ma Elena e Luca erano già scomparsi nell'oscurità del tunnel, portando con sé l'ultima speranza di impedire che l'ombra inghiottisse per sempre la luce.
L'alba che sarebbe sorta il giorno seguente li avrebbe trovati già in cammino verso Althara, verso un destino che avrebbe cambiato non solo le loro vite, ma l'equilibrio stesso del mondo.
Il primo raggio di sole penetrò attraverso le crepe della cantina sotterranea, trasformando la polvere sospesa in filamenti dorati che danzavano nell'aria immobile. Elena osservava la luce filtrare tra le pietre di tufo nero, caratteristiche di quella regione vulcanica dove il tempo aveva scavato labirinti naturali sotto ogni abitazione. La fiamma della lanterna di ferro battuto tremolava, le sue lingue rossastre che sembravano rispondere al richiamo silenzioso dell'alba con piccoli guizzi irregolari.
Il manoscritto giaceva aperto sul tavolo di quercia annerita dall'età, le sue pagine di pergamena di vitello rivolgevano verso l'alto caratteri tracciati con inchiostro di seppia che il tempo aveva sbiadito fino a renderli simili a cicatrici pallide. Ora, sotto la crescente luminosità mattutina, quelle parole riacquistavano nitidezza come se la luce stessa le risvegliasse da un sonno secolare.
Luca sedeva immobile accanto al tavolo, il volto ancora pallido per la perdita di sangue della notte precedente. Le ferite sul braccio sinistro - tre tagli paralleli lasciati dagli artigli del lupo-ombra - avevano iniziato a rimarginarsi grazie all'unguento di corteccia di salice che Elena aveva preparato, ma il dolore si leggeva ancora nei suoi lineamenti tirati. I suoi occhi azzurri, tuttavia, rimanevano fissi su quella pagina antica con un'intensità che tradiva una disperazione profonda, come se cercasse tra quelle righe non solo un segreto, ma una salvezza.
«Domani all'alba partiremo», mormorò Luca, e la sua voce si perse nel sussurro del vento che si insinuava attraverso la porta di castagno mal commessa. Ma poi alzò lo sguardo verso Elena, e nei suoi occhi si accese una scintilla di determinazione che lei non aveva mai visto prima. «Ma prima dobbiamo compiere un rituale. Il manoscritto parla di un "Patto Igneo", un vincolo che solo il fuoco può suggellare.»
Elena sollevò lentamente il capo dal libro che stava sfogliando - un trattato di erboristeria antica che aveva trovato nascosto in una nicchia della cantina. La curiosità le increspò la fronte mentre cercava di decifrare l'espressione di Luca. Non era abituata a vederlo così... vulnerabile. Solitamente emanava quella sicurezza tipica di chi ha viaggiato molto e visto cose che altri nemmeno immaginano. Ora, invece, sembrava un ragazzo spaventato che si aggrappava a una leggenda.
Il manoscritto, nella sua sezione più deteriorata - quella che richiedeva una luce particolare per essere letta - descriveva dettagliatamente una "Fiamma Perenne", custodita in un santuario dimenticato costruito dai Primi Forgiari, quella civiltà di fabbri-maghi che aveva preceduto l'attuale regno. La fiamma, secondo il testo, possedeva la capacità di creare legami indistruttibili tra coloro che vi attingevano, proteggendoli dalle influenze corruttive dei Cavalieri dell'Eclisse. Ma il prezzo era alto: solo chi avesse offerto spontaneamente al fuoco ciò che aveva di più caro avrebbe potuto invocare la sua protezione.
«Dove si trova questa fiamma?» chiese Elena, e la sua voce uscì come un filo sottile, carico però di una speranza che non riusciva a nascondere completamente.
Luca contrasse i muscoli delle spalle, un gesto che Elena aveva imparato a riconoscere come segno della sua crescente tensione. «Nel cuore della Foresta di Malachite, oltre il Ponte delle Tre Arcate che attraversa il Fiume Argenteo. È un luogo che i cartografi hanno smesso di segnare sulle mappe da almeno tre secoli. Molti lo cercano, pochi lo trovano, e ancora meno tornano per raccontarlo.» Fece una pausa, osservando la reazione di Elena. «Ma se la leggenda dice il vero, quella fiamma ci fornirà la forza necessaria per resistere ai Cavalieri dell'Eclisse abbastanza a lungo da recuperare la Spada dell'Aurora Nascente.»
Un rumore pesante e cadenzato iniziò a risuonare sopra le loro teste - il suono inconfondibile di stivali chiodati sul selciato del cortile. Elena e Luca si paralizzarono istantaneamente, i loro respiri che si sincronizzarono in un ritmo veloce e silenzioso. Attraverso la grata di ferro che dava sul livello stradale, si stagliò la sagoma di un guerriero in armatura nera come la pece, il cui elmo a forma di teschio rifletteva i raggi del sole nascente creando bagliori sinistri.
Il cavaliere sollevò il braccio corazzato, indicando direttamente l'ingresso della casa. Elena comprese immediatamente: i Cavalieri dell'Eclisse avevano individuato il loro rifugio. Non c'era tempo per chiedersi come avessero fatto - forse il sangue di Luca, forse qualche magia di tracciamento, forse semplicemente una delazione.
Senza sprecare nemmeno un secondo, Luca afferrò il manoscritto e lo premette contro il petto, mentre Elena, con un movimento fluido nato dall'istinto, raccolse la lanterna e la scagliò verso l'angolo più buio della cantina, dove una fessura nella parete lasciava intravedere un cunicolo che portava verso l'esterno. L'olio si sparse incendiandosi e creando un bagliore rossastro che, per un istante, illuminò completamente il volto di Luca.
Fu allora che Elena la vide: una cicatrice a forma di stella a otto punte che si estendeva dal collo fino al petto, normalmente nascosta dai vestiti. Non era una ferita recente, e la sua forma troppo precisa per essere casuale suggeriva che fosse stata inflitta deliberatamente, forse come marchio o sigillo magico.
«Corri», sussurrò Luca afferrandole la mano. La sua presa era salda ma tremava leggermente, tradendo la paura che cercava di nascondere.
Scivolarono attraverso il cunicolo segreto, le loro mani che cercavano appigli sui muri di pietra umida mentre i loro piedi affondavano nel terriccio soffice. Il suono degli zoccoli dei destrieri dei Cavalieri dell'Eclisse riecheggiava sopra di loro come un tuono continuo, un rombo che sembrava far vibrare l'intera collina su cui sorgeva il villaggio.
Quando finalmente emersero all'aperto, attraverso un'uscita nascosta tra i rovi dietro la casa, il sole aveva già iniziato il suo cammino nel cielo. La sua luce rivelava il piccolo borgo di Pietra Chiara ancora immerso nel sonno mattutino, ma Elena notò che diverse persiane si stavano aprendo furtivamente - gli abitanti avevano sentito i rumori e si preparavano al peggio.
Elena e Luca si mossero lungo il sentiero di argilla compatta che si snodava fuori dal villaggio, cercando di mantenere un passo veloce ma silenzioso. Il manoscritto era ora avvolto in un tessuto di canapa cerata per proteggerlo dall'umidità del mattino. L'aria profumava di resina di pino e di muschio bagnato, mentre il canto degli usignoli e delle allodole riempiva l'atmosfera di una serenità che contrastava drammaticamente con la loro fuga disperata.
Dopo alcuni minuti di cammino attraverso la vegetazione sempre più fitta, una figura si materializzò tra i tronchi degli abeti: un giovane sui vent'anni, dal fisico asciutto e i capelli castani raccolti con una fascetta di cuoio. Impugnava un arco ricurvo di tasso, e il suo volto, benché pallido per la tensione, mostrava occhi verdi brillanti di determinazione.
«Elena! Luca!» li chiamò sottovoce Aric, un ragazzo del villaggio che Elena conosceva dalla nascita. Aveva imparato l'arte dell'arco da suo nonno, un ex-guardia forestale, e conosceva ogni sentiero di quei boschi. «Ho sentito il galoppo dei cavalieri e ho visto le fiamme dalla casa. Ho seguito le vostre tracce e...» Si interruppe per riprendere fiato, poi continuò con urgenza: «Conosco un passaggio nascosto che porta al santuario di cui parla sempre la vecchia Nera. Ma dobbiamo affrettarci - hanno portato i segugi dell'ombra.»
Luca annuì riconoscendo in Aric non solo un alleato, ma qualcuno la cui conoscenza del territorio poteva fare la differenza tra la vita e la morte. «Allora muoviamoci», disse, stringendo brevemente la mano di Elena. Quel contatto durò appena un momento, ma fu carico di una promessa non pronunciata: qualunque cosa li aspettasse, l'avrebbero affrontata insieme.
Il suono degli zoccoli si fece più intenso e vicino. Una nuvola di polvere rossa si alzava dal sentiero principale, segno che i Cavalieri dell'Eclisse stavano guadagnando terreno rapidamente. Luca, con un gesto rapido e quasi furtivo, estrasse dalle pieghe del suo mantello una piccola pietra che emanava una luce rossastra pulsante - un frammento di Roccia Ignea, reliquia di un vulcano spento che aveva trovato durante le sue esplorazioni nelle Montagne Cremisi.
«Questa pietra può risvegliare la Fiamma Perenne», spiegò Luca mentre la teneva nel palmo aperto, permettendo a Elena e Aric di osservarne la superficie rugosa che sembrava contenere piccole scintille danzanti. «Ma richiede un sacrificio autentico. Dobbiamo offrire qualcosa che rappresenti veramente chi siamo, non solo un oggetto di valore materiale.»
Elena sentì un calore strano salirle dal petto, non legato solo alla paura della fuga ma a qualcos'altro di più profondo e inspiegabile. Il suo cuore accelerò il ritmo, e quando i suoi occhi incontrarono quelli di Luca, provò una sensazione di vertigine. Per un attimo il mondo intorno a loro - la foresta, i rumori della caccia, persino Aric - sembrò sfumare in secondo piano.
Il sentiero si aprì improvvisamente su una radura che nessuna mappa aveva mai registrato. Al centro dello spazio circolare si ergeva un altare di basalto nero, la sua superficie levigata da secoli di intemperie fino a diventare liscia come vetro. Tutto intorno, la nebbia mattutina creava cortine vaporose che si alzavano dal terreno umido.
Sull'altare ardeva una fiamma che sfidava ogni logica: non consumava combustibile visibile, non produceva fumo, non emanava il calore che ci si aspetterebbe da un fuoco di quelle dimensioni. Le sue lingue danzavano con un ritmo ipnotico, passando dal rosso all'oro al bianco puro, proiettando una luce che sembrava penetrare attraverso la nebbia e illuminare l'intera radura con una chiarezza soprannaturale.
Luca si avvicinò lentamente all'altare e pose la Roccia Ignea accanto alla fiamma. Nell'istante in cui la pietra toccò il basalto, un sussurro di energia percorse l'aria, facendo vibrare le foglie degli alberi circostanti. La fiamma rispose intensificandosi, le sue lingue che guizzavano più alte e più vivaci, mentre un calore dolce e penetrante iniziò a diffondersi nella radura.
Elena sentì quel calore avvolgerla come un abbraccio, una sensazione che non aveva nulla a che fare con la temperatura fisica ma che sembrava raggiungere direttamente la sua anima. Era come se la fiamma stesse esplorando i suoi pensieri, i suoi ricordi, le sue paure più profonde.
«Questo è il momento cruciale», disse Luca, e la sua voce aveva acquisito una solennità che Elena non gli aveva mai sentito prima. «Dobbiamo compiere il patto. Dobbiamo offrire alla fiamma ciò che abbiamo di più prezioso, non in termini materiali ma spirituali.»
Elena abbassò lo sguardo sul fagotto di tela che conteneva i suoi effetti personali. Al suo interno, avvolta in un pezzo di seta azzurra, c'era una piccola raccolta di versi che aveva composto durante gli anni della sua adolescenza. Non erano poesie tecnicamente perfette, né particolarmente elaborate, ma rappresentavano i suoi primi tentativi di catturare in parole la bellezza del mondo che la circondava - il canto del vento tra i rami, il gioco della luce sull'acqua, il profumo dei fiori selvatici dopo la pioggia. Era il simbolo della sua parte più intima e creativa, il tesoro che custodiva gelosamente nel suo cuore.
Luca, dal canto suo, estrasse dalle pieghe interne del suo gilet una medaglia di ottone anticato, piccola e apparentemente modesta. Ma Elena notò come le sue dita tremassero mentre la teneva. «Apparteneva a mio nonno», spiegò con voce roca. «Era un Guardiano delle Marche, uno di quelli che combatté nella prima guerra contro i Cavalieri dell'Eclisse. Quando morì, me la lasciò insieme alla promessa che avrei continuato la sua battaglia per proteggere gli innocenti.»
Con un gesto lento e solenne, Elena si avvicinò alla fiamma e vi depose la sua raccolta di versi. Le pagine presero fuoco istantaneamente, ma invece di distruggersi si trasformarono in una pioggia di scintille dorate che danzarono nell'aria prima di essere assorbite dalla fiamma. Il fuoco non si spense; al contrario, sembrò accogliere il sacrificio brillando con una luce più intensa e calda.
Luca fece lo stesso con la medaglia del nonno. Il metallo si sciolse in un bagliore argenteo, fondendosi con la fiamma in spirali luminose che si intrecciavano con le scintille dorate dei versi di Elena.
Mentre il fuoco assorbiva le loro offerte, una voce antica e profonda riecheggiò nella radura - non pronunciata da labbra umane, ma generata dalla terra stessa, dalle pietre, dall'aria circostante:
"Solo coloro che offrono la purezza del proprio spirito potranno attraversare il Labirinto di Ossidiana e conquistare la Spada dell'Aurora Nascente. Il fuoco ha accettato i vostri doni. Siete ora legati dal Patto Igneo fino alla fine dei vostri giorni."
Elena avvertì una vibrazione attraversarle il corpo, come se ogni cellula fosse stata toccata dalla fiamma. Luca, con gli occhi che ora brillavano di una luce nuova - un riflesso della fiamma che sembrava essersi acceso al loro interno - si avvicinò a lei lentamente.
Le loro mani si incontrarono sopra l'altare, le dita che si sfiorarono con delicatezza ma che al contatto produssero una scintilla di energia visibile, una piccola scarica dorata che danzò tra i loro palmi.
«Ti prometto, Elena», disse Luca, e la sua voce era carica di un'emozione così intensa che quasi si spezzò, «che non ti abbandonerò mai. Affronterò ogni ombra, combatterò ogni nemico, attraverserò ogni pericolo per proteggerti e per portare a termine questa missione che ora è diventata anche nostra.»
Elena guardò negli occhi di Luca e vi lesse una sincerità che la colpì come un fulmine. Non erano più solo compagni di avventura gettati insieme dalle circostanze - il fuoco aveva creato tra loro un legame che andava oltre la semplice alleanza. Senza pensarci, senza calcolare le conseguenze, si avvicinò ancora di più e le loro labbra si incontrarono.
Il bacio fu breve ma intenso, un sigillo di quel patto che li univa ora non solo nella missione ma in qualcosa di più profondo e personale. La fiamma, come se avesse percepito l'intensificarsi del loro legame, esplose in una luce bianca accecante che illuminò l'intera foresta.
Quando la luce si attenuò, il manoscritto che Luca teneva stretto al petto si era trasformato: le pagine ora mostravano dettagli che prima erano invisibili, rivelando una mappa dettagliata che indicava un percorso tortuoso attraverso il Labirinto di Ossidiana, con il simbolo di una chiave di quarzo al centro, nel punto dove la leggenda collocava la Spada dell'Aurora Nascente.
Il momento di pace fu brutalmente infranto dal suono di corni da guerra che riecheggiarono tra gli alberi. Il rombo degli zoccoli si fece assordante, accompagnato da un altro rumore che fece gelare il sangue nelle vene di Elena: l'ululato dei segugi dell'ombra, creature demoniache che i Cavalieri dell'Eclisse utilizzavano per braccare i fuggiaschi.
Dal margine della radura emerse la figura del Capitano Malachar, comandante della guarnigione dei Cavalieri dell'Eclisse. La sua armatura nera era decorata con simboli di morte incisi nell'acciaio, e il suo elmo aveva la forma di un teschio stilizzato con orbite vuote che sembravano assorbire la luce circostante. Gli occhi che brillavano attraverso quelle aperture erano di un rosso intenso come carbone ardente.
«Credavate davvero di potervi nascondere dal nostro potere?» ringhiò Malachar, e la sua voce risuonò metallica attraverso l'elmo. «La Fiamma Perenne non può salvarvi da ciò che è destinato a accadere. L'oscurità reclamat sempre ciò che le appartiene!»
Luca si mise istintivamente davanti a Elena, la mano che cercava l'impugnatura della sua spada. Ma quando la toccò, si accorse che la lama di acciaio era diventata incandescente, riscaldata dal potere della fiamma che ora scorreva nelle sue vene.
Elena, con il cuore che martellava contro le costole, vide che una delle scintille dorate dei suoi versi bruciati si era materializzata in una piccola torcia di luce pura che fluttuava sopra la sua mano aperta. Senza esitare, la scagliò verso il centro dell'altare dove ardeva la fiamma eterna.
L'impatto scatenò un'ondata di energia che si propagò in cerchi concentrici dalla fiamma. Un muro di fuoco dorato si alzò dalla terra, creando una barriera di fiamme tra loro e i Cavalieri dell'Eclisse. Il fuoco crepitava e danzava, le lingue che si alzavano per tre metri di altezza, respingendo i destrieri terrorizzati che si impennavano rifiutandosi di avanzare.
«La luce non può fermare l'eternità delle tenebre!» urlò Malachar, estraendo una spada che sembrava forgiata nell'oscurità pura - la lama assorbiva la luce circostante creando una zona di buio assoluto intorno a sé.
Luca, sentendo il calore del patto scorrergli nelle vene come fuoco liquido, si lanciò verso il capitano attraverso l'apertura laterale della barriera. La sua spada, ora luminosa come un raggio di sole, si scontrò con la lama delle tenebre di Malachar in un impatto che generò scintille sia dorate che nere.
Elena, approfittando della distrazione, raccolse un altro frammento di luce che si era staccato dalla fiamma e lo lanciò direttamente verso Malachar. Il proiettile colpì il capitano al petto, e dove toccò l'armatura si aprì una crepa che lasciò filtrare una luce bianca.
Malachar emise un urlo di dolore e rabbia, ma invece di cadere si ritirò oltre la linea degli alberi. I suoi segugi dell'ombra, feriti dalla luce della fiamma, si dissolsero come fumo nero, mentre i cavalieri superstiti sparirono nella foresta.
«Abbiamo guadagnato tempo», disse Luca ansimando pesantemente, «ma torneranno con rinforzi. Dobbiamo raggiungere il Labirinto di Ossidiana prima che riorganizzino l'inseguimento.»
Elena, ancora tremante per l'adrenalina del combattimento e per l'intensità del bacio che aveva condiviso con Luca, annuì con determinazione. La fiamma dell'altare continuava ad ardere, ma ora una parte di quel fuoco viveva anche dentro di loro, creando un legame che potevano sentire pulsare come un secondo cuore.
Aric, che durante lo scontro era rimasto a proteggere i loro fianchi con il suo arco, si avvicinò mostrando sulla mappa del manoscritto un percorso che aveva tracciato con carbone. «Il Labirinto di Ossidiana si trova a tre giorni di marcia da qui, seguendo il corso del Fiume Argenteo. Ma conosco delle scorciatoie attraverso le gole che potrebbero farci guadagnare un giorno intero.»
Con la mappa in mano e il fuoco del patto che ardeva nei loro cuori, i tre compagni si avviarono verso l'ingresso del sentiero che li avrebbe condotti al loro prossimo e più pericoloso destino, sapendo che ogni passo li avvicinava tanto alla salvezza quanto alla possibile distruzione.
Il sole mattutino trafiggeva i cristalli di quarzo incastonati nelle vette dei Monti di Luminara, frantumandosi in prismi di luce che danzavano sui muschi bioluminescenti del sottobosco. Elena sentiva il peso della Lama di Aurora contro il fianco - non solo fisico, ma come se la spada le sussurrasse constantemente al cuore, un ronzio metallico che vibrava nelle sue ossa. Il sudore le imperlava la fronte nonostante l'aria fresca; uscire dal Labirinto di Pietra l'aveva prosciugata più di quanto immaginasse.
«Finalmente», mormorò Luca, srotolando la mappa con gesti nervosi. Le sue dita tremavano impercettibilmente - un dettaglio che non sfuggì ad Elena. Anche lui sentiva il peso della missione, nonostante cercasse di nasconderlo dietro la sua sicurezza da studioso. «Il Sentiero del Falco dovrebbe essere qui da qualche parte... secondo i testi antichi, è nascosto da un'illusione ottica che funziona solo con la luce dell'alba.»
Aric si pulì metodicamente la punta di una freccia con un panno logoro, gli occhi che scrutavano ogni ombra tra gli alberi. «I Cavalieri Neri hanno cambiato le loro ronde dall'ultima volta», disse sottovoce. «Stamattina ne ho visti tre pattuglie dove di solito ce n'è una. Qualcosa li ha messi in allerta.» Si voltò verso Elena con un'espressione grave. «Probabilmente sanno che abbiamo la spada.»
Elena chiuse gli occhi un momento, cercando di calmare il turbinio di sensazioni che la Lama le trasmetteva. Immagini frammentarie le guizzavano nella mente: torri in fiamme, volti distorti dal terrore, una figura ammantata di ombra che rideva. «La spada... mi sta mostrando qualcosa», sussurrò. «Visioni della capitale. Non abbiamo molto tempo.»
La ricerca del sentiero si rivelò più complessa del previsto. Luca confrontava ossessivamente la mappa con il terreno circostante, mentre Elena sperimentava un crescente senso di urgenza che sembrava irradiarsi dalla Lama stessa. Fu Aric a notare per primo l'anomalia: un gruppo di betulle dalle cortecce argentate i cui tronchi sembravano piegarsi secondo angoli impossibili quando osservati da una certa prospettiva.
«Eccolo», disse Elena, sentendo la spada pulsare più intensamente. Si avvicinò alle betulle e, seguendo un impulso che non sapeva spiegare, tracciò nell'aria il simbolo che aveva visto inciso nel Labirinto. L'aria si increspò come acqua, rivelando un sentiero lastricato di pietre scure che si addentrava in una valle coperta da una nebbia densa e innaturale.
«La Valle di Nebbia», mormorò Luca, consultando nuovamente la mappa. «I testi parlano di una prova del ricordo. Solo chi può offrire alla nebbia un ricordo puro e doloroso può attraversarla senza perdersi per sempre.»
Elena istintivamente portò la mano al piccolo ciondolo a forma di stella che portava al collo - l'unico lascito di sua madre. Il metallo era tiepido al tatto, come se conservasse ancora il calore di chi l'aveva indossato prima di lei. Un ricordo doloroso, aveva detto Luca. Ne aveva fin troppi tra cui scegliere.
La nebbia si addensava mentre avanzavano, fino a diventare così spessa da nascondere persino i loro piedi. Era Aric a guidarli ora, la sua esperienza di cacciatore permettendogli di orientarsi anche in condizioni di visibilità quasi nulla. Ma quando raggiunsero quello che sembrava il cuore della valle, anche lui si fermò, disorientato.
«Non riesco più a capire da dove siamo venuti», ammise, una nota di preoccupazione nella voce solitamente sicura.
Elena si fece avanti, chiudendo gli occhi e lasciandosi guidare dal ricordo più nitido e devastante che possedesse: l'ultima notte con sua madre. Non la ninna nanna dolce che aveva cantato nel Labirinto, ma quella successiva - quando la febbre aveva iniziato a consumare il corpo materno e le sue ultime parole erano state un sussurro roco: "Promettimi che non smetterai mai di cercare la luce, anche quando tutto sembrerà buio."
«Madre», sussurrò Elena alla nebbia, e la sua voce si spezzò. «Ho paura di non essere abbastanza forte per quello che mi aspetta. Ho paura che la tua fiducia in me fosse sbagliata.»
La nebbia iniziò a diradarsi, come se le sue parole l'avessero placata, rivelando un sentiero di pietre levigate che si snodava verso l'alto, in direzione delle montagne.
Il viaggio verso il passo si fece più arduo man mano che salivano di quota. L'aria si faceva rarefatta e pungente, carica di un'elettricità statica che faceva drizzare i capelli sulla nuca. Fu Elena la prima a sentire la presenza che li aspettava: un'aura di freddezza antica che sembrava risucchiare il calore dall'aria circostante.
La capanna apparve all'improvviso, come se si fosse materializzata dal nulla. Non era di legno normale - Elena si rese conto con un brivido che le pareti erano intarsiate con ossa di creature che non riusciva a identificare, tutte perfettamente bianche e levigate dal tempo. Il fuoco che bruciava davanti all'entrata non produceva fumo, ma un vapore cristallino che si solidificava in piccoli cristalli prima di dissolversi.
L'uomo che li attendeva aveva l'aspetto di chi aveva vissuto troppo a lungo. Non solo anziano - antico. I suoi occhi erano del colore del ghiaccio sotto la luna piena, e quando parlò, il suo respiro si materializzò in piccoli cristalli che tintinnavano cadendo a terra.
«Eldrin», si presentò, e il nome risuonò nell'aria come una campana di cristallo. «So perché siete qui. L'equilibrio si sta spezzando, e voi tre siete gli unici che possano ricomporlo.» Il suo sguardo si posò sulla spada di Elena. «Ma la Lama è ancora grezza, non temperata per affrontare ciò che vi aspetta nella capitale.»
Luca si fece avanti, la curiosità dello studioso che prevaleva sulla prudenza. «Cosa sta succedendo esattamente a Luminara? Le nostre informazioni sono frammentarie.»
Eldrin sollevò una mano e nell'aria si formò un'immagine cristallina - la capitale vista dall'alto, ma non come Elena l'aveva sempre immaginata. Le torri erano avvolte in catene di ferro nero, le strade pattugiate da creature che non erano interamente umane, e al centro della piazza principale si ergeva una costruzione che pulsava di luce malata.
«Il Signore delle Ombre ha accelerato i suoi piani», disse il mago. «Il Portale delle Tenebre è quasi completo. Quando sarà aperto, tutto ciò che conosciamo cesserà di esistere.» Si voltò verso Elena con un'intensità che la fece indietreggiare. «La Lama di Aurora è l'unica cosa che possa sigillare il portale, ma deve prima essere purificata nella Fonte che giace sotto la Cattedrale di Luminara.»
Elena sentì un gelo che non aveva niente a che fare con la magia del posto. «E se non riuscissimo ad arrivarci in tempo?»
Il silenzio di Eldrin fu più eloquente di qualsiasi risposta.
Il cristallo che il mago consegnò loro non era come se l'aspettavano. Non freddo e inerte, ma pulsante di un'energia che sembrava viva, quasi senziente. Luca lo tenne con cautela, sentendo come reagiva alla vicinanza della Lama di Aurora - i due oggetti magici sembravano riconoscersi, creando piccole scariche di energia quando erano troppo vicini.
«Il cammino verso la capitale è compromesso», li avvertì Eldrin mentre si preparavano a ripartire. «I Cavalieri Neri hanno triplicato le pattuglie, e creature peggiori si aggirano nelle ombre. Ma c'è un passaggio che ancora non conoscono - attraverso le Grotte di Cristallo sotto il Passo del Drago.»
Aric inarcò un sopracciglio scettico. «Le grotte sono state sigillate cent'anni fa dopo il crollo. Si dice che siano infestate.»
«Si dice correttamente», confermò il mago con un sorriso che non arrivava agli occhi. «Ma i fantasmi del passato sono meno pericolosi dell'oscurità del presente.»
L'entrata delle grotte era nascosta dietro una cascata che si gettava da un'altezza vertiginosa, creando un fragore assordante che rendeva impossibile la comunicazione se non a gesti. L'acqua gelida li inzuppò completamente mentre si facevano strada dietro la cortina liquida, e quando finalmente raggiunsero l'apertura nella roccia, erano tutti e tre tremanti e ansimanti.
All'interno, il silenzio era opprimente dopo il rumore della cascata. Le pareti erano coperte di cristalli che riflettevano la luce della Lama in mille sfaccettature, creando un caleidoscopio di ombre danzanti. Ma c'era qualcos'altro - una presenza che Elena avvertiva come un peso sullo stomaco.
«Non siamo soli qui», sussurrò Aric, impugnando l'arco.
Aveva ragione. Le prime figure apparvero mentre stavano attraversando una caverna più ampia, materializzandosi dalle pareti cristalline come se ne facessero parte. Non erano fantasmi nel senso tradizionale - sembravano piuttosto impressioni di persone, echi di chi aveva camminato in quelle grotte molto tempo prima.
Una donna in abiti da viaggio, il viso segnato dalla stanchezza e dalla disperazione. Un bambino che si stringeva a una bambola di pezza ormai consunta. Un soldato in armatura antica, una mano premuta contro una ferita al petto che non smetteva di sanguinare.
«Sono coloro che sono morti qui», mormorò Elena, sentendo la Lama vibrare in risonanza con le presenze spettrali. «Ma non sono ostili. Sono... tristi.»
Mentre avanzavano, le figure li seguivano a distanza, come se fossero curiose di vedere persone vive in quel luogo di morte. Elena iniziò a percepire le loro storie - frammenti di vite interrotte, di speranze spezzate, di amori perduti. Era come se la spada la rendesse sensibile alle emozioni residue intrappolate nei cristalli.
Fu quando raggiunsero il centro delle grotte che tutto cambiò. Un'enorme geode si apriva davanti a loro, le sue pareti interne coperte di cristalli di ametista che pulsavano di luce propria. Al centro, un piccolo lago di acqua perfettamente calma rifletteva la volta cristallina sopra di loro.
Elena si avvicinò all'acqua e il suo riflesso la fece sobbalzare. Non era il suo viso che vedeva, ma quello di sua madre - più giovane, con gli occhi pieni di una determinazione che Elena non aveva mai visto prima.
«Elena», disse il riflesso, e la voce era inequivocabilmente quella di sua madre. «Il momento che ho sempre temuto è arrivato.»
«Madre?» Elena cadde in ginocchio accanto al lago, le mani che tremavano. «Sei davvero tu?»
«Un'eco, niente di più. Ma sufficientemente reale per dirti ciò che ho sempre dovuto nasconderti.» Il volto nel lago si fece più nitido. «La Lama di Aurora non è solo un'arma magica. È legata al sangue della nostra famiglia. Tu non sei solo la sua portatrice - sei la sua custode destinata.»
Luca e Aric si avvicinarono cautamente, osservando la scena con una mescolanza di fascino e timore.
«Cosa significa?» chiese Elena, la voce che le si spezzava.
«Significa che quando userai la Lama per sigillare il Portale delle Tenebre, parte di te rimarrà per sempre legata ad essa. Non morirai, ma non sarai più completamente umana.» Gli occhi del riflesso si riempirono di lacrime. «Per questo ho cercato di tenerti lontana da tutto questo. Per questo ho nascosto la verità sulla tua eredità.»
Elena sentì il mondo vacillare intorno a lei. Tutto ciò per cui aveva combattuto, tutto ciò che aveva sacrificato, la stava conducendo verso una trasformazione che non aveva mai scelto.
«C'è un altro modo?» intervenne Luca, la sua voce tesa.
Il riflesso scosse la testa tristemente. «Il Signore delle Ombre ha corrotto l'equilibrio troppo profondamente. Solo un sacrificio equivalente può ripristinarlo.»
Elena rimase in silenzio per lunghi minuti, fissando il volto di sua madre nell'acqua. Poi, con una voce più ferma di quanto si sentisse, disse: «Allora sia. Se questo è il prezzo per salvare il regno, lo pagherò.»
«Elena, no», disse Luca, afferrandole la spalla. «Deve esserci un altro modo.»
Ma il riflesso stava già sbiadendo. «Ricorda, figlia mia», furono le ultime parole, «l'amore è l'unica forza che può trasformare anche il più grande sacrificio in una vittoria.»
L'uscita dalle grotte li condusse direttamente alle porte di Luminara, ma la capitale che si presentò ai loro occhi era irriconoscibile. Le mura bianche erano macchiate di una sostanza nera che sembrava muoversi con vita propria, e l'aria era satura di un odore di zolfo e ferro che bruciava i polmoni.
Le guardie alle porte non erano interamente umane - Elena riusciva a vedere attraverso la loro armatura lembi di carne che pulsavano innaturalmente, come se fossero stati rianimati da qualcosa di alieno.
«Come facciamo a entrare senza essere visti?» sussurrò Aric.
Elena guardò la Lama, poi i due compagni che avevano condiviso con lei quel viaggio impossibile. Una decisione si stava formando nella sua mente - pericolosa, forse suicida, ma l'unica che vedesse possibile.
«Non ci nascondiamo», disse con calma. «Entriamo dalla porta principale e sfidiamo tutto ciò che ci si para davanti.»
Luca la fissò come se fosse impazzita. «Elena, è suicidio.»
«Forse», ammise lei, estraendo la Lama. La spada esplose in una luce dorata così intensa che le guardie corrotte si coprirono gli occhi con grida di dolore. «Ma sono stanca di nascondermi. Sono stanca di fuggire. Se davvero sono la custode destinata di questa spada, allora è tempo che il mondo lo sappia.»
Avanzò verso le porte con passo deciso, la Lama che ardeva come una stella nella sua mano. Dietro di lei, dopo un momento di esitazione, Luca e Aric la seguirono, le loro armi pronte.
La battaglia per Luminara stava per iniziare.
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